"C'è la bellezza e ci sono gli oppressi.
Per quanto difficile possa essere,
io vorrei essere fedele ad entrambi"
Albert Camus

giovedì 4 ottobre 2007

Attesa e Lentezza

Roland Barthes, nel libro Frammenti di un discorso amoroso, alla voce attesa scrive:

"Sono innamorato? - Sì, poiché sto aspettando". L'altro, invece, non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa io faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo. La fatale identità dell'innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta. (Nel transfert, si aspetta sempre - dal medico, dal professore, dall'analista. Ancora più evidentemente: se sto aspettando allo sportello d'una banca, o alla partenza d'un aereo, subito stabilisco un rapporto aggressivo con l'impiegato, con l'hostess, la cui indifferenza svela e irrita la mia sudditanza; si può così dire che, ove vi è attesa, vi è transfert: io dipendo da una persona che si fa a mezzo e che impiega del tempo a darsi - come se si trattasse di far scemare il mio desiderio, d'infiacchire il mio bisogno. Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, "passatempo millenario dell'umanità").

Milan Kundera nel libro La lentezza scrive:

"C'è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo.

Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all'intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all'intensità dell'oblio."


Attesa e lentezza erano due catteristiche tipiche del XIX secolo: nell'800 si aspettava per qualsiasi cosa: una lettera, un dottore, un viaggio in carrozza, tutto avveniva con estrema lentezza e lunghe attese. Oggi non si aspetta più, il non-aspettare ha cambiato radicalmente le nostre abitudini e la nostra cultura. Il telefonino, la mail, l'aereo hanno modificato i rapporti tra le persone.

Odio aspettare, mi da la nausea. La lentezza no, mi piace tanto...
Non sopporto di aspettare per vedere una persona.
Mi piace condividere la lentezza con una persona.

Eppure attesa e lentezza sembrano così vicine, forse perchè si portati a pensare che l'attesa generi lentezza, no no... l'attesa è imposta mentre la lentezza è una scelta e qui sta lo scarto.

L'innamorato aspetta e se aspetta è fottuto: la sua testa comincia a girare (non lentamente) velocemente, i pensieri e le paranoie si accavallano, "perchè non mi chiama?", "dove sarà in questo momento?" "come mai è in ritardo?". Appunto... aspettare mi opprime, quindi cerco di non mettermi mai in questa situazione (illuso).

Lentezza tutta la vita...

3 commenti:

Anonimo ha detto...

l'attesa , a volte, crea spazio all'anima ed è un tempo che vale la pena assaporare
j.

Giovanni ha detto...

puo' darsi ma lo spazio che le crea è talmente ampio che l'anima vaga persa come le anime morte di Gogol, oppure si rompe (l'anima).

Anonimo ha detto...

e quando l'anima si rompe...non c'è più niente da fare...:-)