lunedì 28 dicembre 2009

De Sica chi?

De Sica figlio risponde alle polemiche sui finanziamenti al cinepanettone e lo fa sulle pagine del Corriere della Sera online. Attenzione ad almeno due passaggi esilaranti: indovinate quali.

Christian De Sica, lei è l’uomo del momento. Di «Natale a Beverly Hills» discutono ministri, editorialisti, fondazioni politiche.

«Mi fa piacere. Mi fa ancora più piacere il dato sugli incassi di Santo Stefano: 3 milioni di euro. In un solo giorno, più di due film nell’intera stagione. Va avanti così da 26 anni. E sa di chi è il merito? Mio».

Solo suo?

«Certo che no. Recito con attori bravissimi, in particolare Sabrina Ferilli, con cui formiamo proprio una bella coppia. Il regista Neri Parenti è molto bravo a tenere insieme il tutto, De Laurentiis è molto bravo a venderlo. Ma la causa principale del successo è l’amore reciproco che mi lega al pubblico».

La definizione di «film d’essai» è parsa eccessiva.

«A parte che il ministro Bondi ha chiarito che non è proprio così, è evidente che definire "Natale a Beverly Hills" un film d’essai è una sciocchezza. Se il produttore ha chiesto soldi presentandolo come tale, ha sbagliato. I film di cassetta non hanno bisogno di finanziamenti pubblici. Se ho capito bene, però, non si tratta di aiuti ma di un credito d’imposta sugli incassi, da reinvestire in film artisticamente più complessi. Perché, vede, il famigerato cinepanettone mantiene l’intero cinema italiano».

Addirittura?

«Mi rendo conto che è un po’ cafone dirlo. Però è un dato di fatto. A parte un paio di capolavori, il resto dei film raffinati fa incassi penosi. Le opere dei registi e degli attori premiati dalla critica non le va a vedere nessuno».

A chi pensa?

«Col cavolo che glielo dico. Si legga l’elenco dei premiati».

«Natale a Beverly Hills» a Roma è in 31 sale su 57.

«Ma non per la benevolenza degli esercenti. Perché le sale sono piene. Se 31 sale dessero il film di Citto Maselli — e cito lui perché è un regista che stimo — sarebbero vuote. E non dipende dal genere cinematografico. Non basta mettere insieme un bel cast e fare un film leggero per avere successo. Si ricorda "Oggi sposi"? O "Commedia sexy"? Non han lasciato traccia. Un disastro».

La Fondazione di Fini ne fa una questione politico-culturale: la destra non dovrebbe confondere la popolarità con la volgarità.

«Ma se Fini ha appena detto "stronzo" in tv! Cosa vuole da me? Il punto è che il film di Natale è lo specchio dell’Italia di oggi. Cambia come cambia il Paese, in particolare la sua borghesia. Quarant’anni fa mio padre Vittorio faceva "Pane amore e fantasia", vale a dire il "Natale a Beverly Hills" dell’epoca. Ma quarant’anni fa i politici non dicevano le parolacce al tg, gli opinionisti non urlavano, i giornali non titolavano ogni giorno sui trans. Detto questo, io sono d’accordo con le critiche di Mereghetti, di Galli della Loggia, di Paolo D’Agostino».

Troppe parolacce?

«Sì. Vado sempre a rivedermi al cinema: quest’anno sono andato a Roma, all’Adriano, anche se son dovuto scappare perché mi volevano abbracciare tutti, i genitori, i figli, le ragazze, ognuno a chiamarmi "zio"... Ebbene, riconosco che nel film c’è qualche parolaccia inutile. E io non ho bisogno di parolacce per far ridere. La gente ride di più per i miei ammiccamenti».

Ne dirà meno?

«Sì. E poi il cinepanettone mi dà la popolarità per fare altre cose: recitare Cechov a teatro, cantare Gershwin. A febbraio esce il nuovo lavoro di Pupi Avati, "Il figlio più piccolo", un film sull’Italia di oggi. Ma tanto anche mio padre era tacciato di volgarità dalla critica. Quando morì, ne parlarono bene solo mio suocero, Mario Verdone, e Blasetti. Faceva "Teresa venerdì" e lo trovavano melodrammatico. Pure il suo neorealismo fu accolto male».

«Libero» la difende in prima pagina. Ma lei è di destra?

«Io sono nazionalpopolare. Un attore davvero amato non dovrebbe dichiarare il proprio voto: appartiene a tutti. Deve essere ermafrodito, senza un’appartenenza definita. Ho avuto un’educazione di sinistra perché sono figlio di Vittorio De Sica, il regista di "Umberto D", che comincia con uno sciopero, e sono figlioccio del grande Cesare Zavattini, che quando a 16 anni gli chiesi quale libro leggere mi indicò "Il Capitale" di Marx. Purtroppo, l’intellighentzia di sinistra, che si ritiene depositaria della cultura e dell’estetica, ha fatto danni enormi al Paese e alla sinistra stessa. Più delle veline di Canale 5. Se poi uno non ha né arte né parte, può sempre fare il critico cinematografico. Come quelli che discettano di calcio al bar».

Nell’ultimo film ci sono altri «figli di papà», Gassman e Tognazzi.

«Guardi, io potrei anche essere figlio di Papa Ratzinger, ma se non portassi la gente al cinema mi farebbero correre. Sono felice che siano tornati a recitare insieme Gassman e Tognazzi, che sono bravi ma a parte il teatro e gli spot hanno fatto l’ultimo film — "Testa di cocco" — tempo fa, e senza successo. In America le dinastie, dai Barrymore ai Douglas, sono rispettate. In Italia il figlio d’arte non è amato. Me lo ricordo, quando salivo e scendevo le scale dei produttori: "Ce sta er fijo de De Sica, ma cche vvò?"».

Berlusconi come lo trova?

«Simpaticissimo. Ho sofferto molto nel vederlo ferito. O lo uccidi, fai la rivoluzione; e posso capirlo, anche se ovviamente non condividerlo. Ma quello è stato un gesto cafone, basso, volgare, meschino, inutile. Da Italietta».

Come si trova con Ghini? Boldi non le manca?

«Ghini è bravissimo, capace di passare dal film sulle morti bianche alla farsa, il genere più difficile. Con Boldi ci sentiamo e ci rispettiamo, ma non abbiamo più progetti insieme».

Checco Zalone?

«Con Max Tortora e Ballantini, l’imitatore di Valentino, è l’unico comico che mi fa ridere. Certo, qualche parolaccia la dice pure Zalone... Del resto l’italiano non esiste; lo usi se reciti Dante o Shakespeare; altrimenti parli i dialetti, che sono pieni di maleparole. È l’Italia di oggi, a essere un Paese volgare. Io non invento nulla, interpreto personaggi autentici. Magari ora metterò in scena un politico che dice le parolacce. In "Natale a Beverly Hills" faccio un ex marchettaro, con la giacca giallo canarino e i capelli lunghi tinti di rosso. Non sono mica io, quello. Io sto partendo per New York con i capelli bianchi e la barba».

mercoledì 23 dicembre 2009

Regalo di Natale a Beverly Hills

Apprendo con sorpresa dal Corriere della sera che Natale a Beverly Hills di Neri Parenti, cast composto da molti attori italiani di fama (De Sica, Gassman, Ghini) diventa film d'essai.
Cosa vuol dire ?
In sintesi significa che la pellicola viene destinata ad un pubblico non di massa...
La definizione d'essai (dal francese film di prova o di sperimentazione) indica che il film è rivolto a coloro che desiderano vedere prodotti cinematografici non comuni, con un valore commerciale inferiore alle grandi produzioni ma non per questo meno validi dal punto di vista artistico. Natale a Beverly Hills appunto...
Il successo di questo traguardo lo si deve alla legge italiana sul cinema e più precisamente alla Legge Urbani, ex ministro della cultura del primo o secondo governo Berlusconi, non ricordo più sono ormai passati quasi una quindicina d'anni. Tale legge metteva in atto precisi parametri matematico-quantitativi per valutare i meriti di un film, un sistema di riferimento per valutare diversi parametri tra cui la ricchezza del cast, la solidità produttiva, il valore artistico del regista e dei suoi collaboratori. Il tutto era finalizzato ad ottenere la qualifica di "film di interesse culturale e nazionale" quindi soldi.
La richiesta si effettua prima dell'uscita del film, una commissione valuta la richiesta previa visione della pellicola e pare che nessuna richiesta sia mai stata rifiutata.

Per capire meglio come mai questo film abbia ottenuto la sorprendente qualifica cito da un articolo di Paolo Mereghetti il passaggio tecnico. "Da qualche mese, poi, questa qualifica è diventata vitale per ottenere i tanto agognati «crediti d’imposta»: per ridare fiato all’industria del cinema senza ricadere nelle sovvenzioni d’antica memoria, sono stati introdotti dei meccanismi di riduzione fiscale (i crediti d’imposta, appunto) capaci di favorire il reimpiego di capitali nella produzione. Ma per evitare che diventassero finanziamenti indiscriminati (e quindi fuori legge), la Comunità europea ha imposto che ne potessero usufruire solo i film di qualità, quelli cioè dichiarati «di interesse culturale e nazionale".

Ecco spiegato il motivo di questa qualifica che a me ma non solo, suona come l'ennesimo schiaffo in faccia a chi cerca di utilizzare il mezzo cinematografico per contribuire alla conservazione e divulgazione della memoria del Paese.

Attenzione perchè l'operazione non è banale, spiega sempre Mereghetti che "diventare film d’essai vuol dire permettere al cinema che ti programma di ottenere quegli aiuti (fiscali e monetari) che sostengono gli esercenti più attenti e coraggiosi, quelli cioè che dovrebbero dare spazio ai film più difficili, controversi, stimolanti e culturalmente validi. Non certo a quelle megastrutture che magari riempiono tutte le sale con tre o quattro blockbuster e non si preoccupano di far quadrare le logiche del botteghino con quella della qualità. Invece «trasformando» in cinema d’essai anche i multiplex che proiettano opere come «Natale a Beverly Hills» (nella stessa riunione ha già ottenuto lo stesso riconoscimento «Winx Club 2») si finisce solo per sottrarre ulteriori finanziamenti a quei piccoli esercenti che, con un pubblico più attento alla qualità dei film che del pop corn, sono l’ultimo baluardo per la difesa di un cinema degno di questo nome. Altrimenti rischiano di diventare pura demagogia tutte le richieste di maggior efficienza e moralizzazione che la Politica rivolge a questo settore: se non si cambia al più presto questa legge, le occasioni per essere orgogliosi della nostra cinematografia diventeranno ogni giorno più esigue. Con o senza il marchio d’essai."

e Aurelio ride...


venerdì 18 dicembre 2009

Terzo tempo

La proiezione di ieri sera è stata una bellissima occasione per scambiare riflessioni sul film e su quello che racconta, Grazie all'amico Gigi Donelli di Radio24 che ha moderato l'incontro tra noi e il pubblico, grazie a coloro che sono intervenuti durante il dibattito e grazie, molte grazie a tutte le persone che ieri hanno assistito alla proiezione, un centinaio circa.

Alcuni non li vedevo da molti anni e mi hanno commosso. Alcuni sono venuti da lontano e hanno dimostrato dell'affetto inaspettato, altri non li conoscevo affatto e sono il pubblico che va al cinema. Poi ci sono le persone che non sono venute per le quali mi dispiace, alcune di esse hanno potuto davvero e mi hanno telefonato o inviato mail oppure volevano esserci ma sono state bloccate da imprevisti che possono accadere se si vive in una città.

Infine ci sono le persone che non sono venute e non hanno fatto pervenire alcun segno (questo lo apprezzo) e quelle che non avevano voglia e anzichè far finta di niente hanno avanzato motivazioni parecchio divertenti (la cena natalizia vince su tutte, un po' facile ma indiscutibilmente la più gettonata).

Ho apprezzato molto due persone che mi hanno scritto "mi dispiace ma devo giocare a pallone" e "mi dispiace ma stasera sono a Cologno con il mio gruppo di Subbuteo". Così si fa! Giò guarda del tuo cazzo di documentario me ne fotto preferisco fare altro". E questo io lo apprezzo moltissimo.
Nessuno, a parte loro, che abbia avuto l'originale idea di scrivere o dire "abbi pazienza ma non ne ho voglia". Ci vuole coraggio? Forse no. ;-))

Ma ci saranno altre occasioni per vedere il film a gennaio 2010 sempre al cinema Gnomo per il momento...


giovedì 17 dicembre 2009

mercoledì 16 dicembre 2009

Quell'uomo con il Montgomery blu

E' la mattina di un lunedì di dicembre, una giornata speciale per me. E' il giorno della proiezione alla stampa di Debito di ossigeno. Stranamente non sono agitato, come se fosse qualcosa di già vissuto eppure è la prima volta che presento ufficialmente un mio lavoro alla stampa. Alessandra, il mio ufficio stampa continua a chiedermi se sono emozionato e cerca di tranquillizzarmi ma io sono stra-calmo. Ho appuntamento con Fulvia, una delle protagoniste, davanti al cinema Palestrina, sono le 10 e lei si presenta puntuale, bella, avvolta nel suo maglione di lana grossa a collo alto coperto da uno stretto giaccone scuro. Conversiamo al freddo, lei fuma una delle sue sigarette self-made, facendo passare quei minuti che precedono l'evento, intanto con la coda dell'occhio vedo un po' di persone entrare nel cinema, saranno i giornalisti, io di faccia non ne conosco davvero nessuno tranne i più noti.

Lo sguardo supera l'orizzonte del cinema e va a posarsi sulla figura lontana di un uomo di mezza età, con gli occhiali tondi, viso dolce ma serio, non burbero. Indossa un Montgomery blu, ha le mani in tasca e si avvicina verso di noi con lo sguardo basso. Lo osservo a lungo perchè l'ho riconosciuto, è ad un metro da me e nel superarmi incrocia per un istante il mio sguardo che abbasso rapido. Non sono più calmo come prima.

Mi supera ed entra al cinema, cazzo c'è anche lui: Paolo Mereghetti.

Il primo pensiero che si materializza nella mia testa non più lucida è "che figata!!!", me ne vergogno un poco di questo pensiero così poco professionale ma ammetto che se Morando Morandini è per me un'autorità, Mereghetti è Sua Santità. Quante volte mi sono ritovato come Edipo davanti alla Sfinge, come un sacerdote dinnanzi all'oracolo di Delfi per trovare la corretta interpretazione di un film: aprivo il suo dizionario e trovavo la risposta.
"Il Mereghetti" quel Dizionario, impera in tutte le sue edizioni sulla mia libreria di casa, difficilmente mi trovo in disaccordo con le sue recensioni scritte sempre con quella concretezza fenomenologica che ammiro in lui. (a parte Wim Wenders che non deve proprio piacergli).

In mezzo a tutta questa eccitazione ecco corrermi incontro un secondo pensiero, rapido come il nuovo Milano-Roma, grezzo ma affilato come una lama da taglio di Rugantino e in un istante l' emozione viene mutilata, tranciata: "Cristo e se il mio film gli fa cagare?".

Basta, da quel momento entro in coma etilico, come se avessi bevuto del pessimo Merlot da damigiana. Alessandra richiama tutti dentro in sala, si spengono le luci comincia la proiezione.
70 lunghissimi minuti durante i quali resto seduto in ultima fila per vedere chi si alza e se ne va prima della fine. La proiezione termina, nessuno è uscito prima , un buon segno penso, qualcuno non assiste all'incontro stampa ma dice ad Alessandra "bellissimo".

So con certezza che Mereghetti alla fine delle proiezioni se ne va subito via. Guardo in sala, lui è là... seduto al suo posto. Iniziano le domande dei giornalisti, me ne rivolge quattro, io rispondo come posso cercando di non fare quello straparla quando è palesemente emozionato. Mentre gli rispondo cerco i suoi sguardi e provo ad interpretarli ma è tutto inutile non sono in grado di capire un beato cazzo.

L'evento termina, mi si avvicinano alcune persone, mi distraggo, cerco lui, voglio stringergli la mano come qualunque fan coglione, ringraziarlo, ma non c'è più.

Felice come un beota salto da un'intervista ad un photocall, da solo, con Fulvia, con Fulvia e con Alberto il produttore. Penso sempre a lui, lo immagino allontanarsi dal cinema avvolto nel suo Montogomery blu, le mani in tasca, lo sguardo basso e la sua personale visione di Debito di ossigeno.


lunedì 14 dicembre 2009

17 dicembre 2009: Prima Nazionale di Debito di ossigeno

Giovedi 17 dicembre 2009 alle ore ore 20.30, al cinema Gnomo di via Lanzone 30/A a Milano, serata ad inviti per la prima nazionale del film documentario Debito di ossigeno.
Stampa questo post o l'immagine qui sotto e presentalo alla cassa, vale l'ingresso per due persone.

Ti aspetto!


giovedì 10 dicembre 2009

Anteprima stampa di Debito di ossigeno

Lunedì 14 dicembre ore 10,30 presso il cinema Palestrina si terrà la proiezione per la stampa del documentario.